Al vertice del poliedro che determina, inequivocabilmente, l’iscrizione in sala pesi dell’utente medio - con medio, si intende costui che non ha finalità agonistiche o particolari in merito al conseguimento di una determinata fisicità - c’è indiscusso il desiderio di una ricomposizione corporea, ma non solo.

Disfatte emotive pregresse, o specchi che non corrispondono l’immagine che si vorrebbe riflettere, determinano l’accensione di quella miccia che porta a detonare quell’iscrizione nella palestra che più sembra avvicinarsi ai canoni comuni, con macchine dal marchio appetibile ed attrezzature d’ogni tipologia che stimolano la fantasia del suddetto utente che, impavido, apprezza, pur non sapendo ahimé come farne un sensato uso.

Ed è qui, nell’anfiteatro del dubbio e del fascino generato dagli omoni che deambulano a braccia larghe, facendosi spazio tra manubri lasciati a terra, e gente che si alterna ai cavi - in genere, gran parte è smistata lì se, l’istruttore di buon occhio, coglie i classici atteggiamenti e vizi posturali odierni di anteposizione delle spalle - entra in scena, finalmente, l’istruttore di sala: figura di riferimento per lo stesso utente che, mai avendo avuto occasione in passato di calcare una sala pesi, espone le aspettative al suo ormai attuale mentore, a cui confessa cosa vorrebbe, entro quali termini- ingenuamente.

Ed è qui che germoglia quel che è alla base dell’approccio iniziale: il rapporto tra istruttore di sala e l’utente.

 

Una sorta di guida all’uso.

Qual è lo strumento efficace iniziale col quale inaugurare la compagine tra i due? La capacità comunicativa del trainer/istruttore che, forte della sua - ipotetica, ma imprescindibile, seppur non sia sempre così - competenza, dev’essere in grado di somministrare al neofita le aspettative realistiche relative ai suoi obiettivi, oltre che relativi ad un’anamnesi accurata al fine di poter cogliere quanti più dati possibili, utili per un iniziale approccio alla sala pesi e propedeutici per poter colmare le lacune strutturali e sensibilizzare gli apparati muscolari prima di veicolare uno stimolo lì dove serva.


Tutte parole difficili, ma che semplicemente significano come muovere un peso e perché.


Tuttavia, non è sempre così.

Chiunque legga queste righe, troverà delle astrazioni, od un’utopia che sedimenta al fondo di questo bicchiere mezzo pieno appena esposto.
Sembrerà strano, ma è stato appena decantato quel che dovrebbe essere il modus operandi iniziale.
Il classico “minimo sindacale”.

La chiave di interazione iniziale determina la gestazione futura del rapporto che presiederà in sala tra il suddetto neofita, ed il trainer presentatosi poco prima, che si alzerà di poco le maniche della maglietta per aumentare la credibilità ;-).


Avere capacità comunicative, oltre che possedere una dote empatica, essenziale ai fini di cogliere gli aspetti emotivi di chi si affida ad un istruttore, è la chiave che porterà a debellare eventuali problematiche relative a quel che è il problema del secolo tra gli uomini: l’assenza di comunicazione.

 

Così come in terra, anche in sala.

Come nei rapporti interpersonali, in tutt’altri contesti è altresì importante allo stesso modo saper veicolare un messaggio, con un linguaggio chiaro ed inconfutabile.

Apro una parentesi: molti del settore contesteranno queste parole, in definitiva perché diranno che l’istruttore di sala, per motivi logistici, non può dedicare tutto questo tempo al giovane appena arrivato, se ha una sala piena di gente che latita nel buio, con la scheda in mano, inseguendo l’istruttore di sala come succedeva qualche “anno fa” nel videogioco di Pac-Man:




Mi sento, in merito all’esperienza maturata in sala, di controvertere questa apparente ovvietà, in quanto quel che è essenziale in primis, è la capacità gestionale della sala stessa, altra dote relativa alla capacità comunicativa cui si parlava qualche riga su: sia con lo staff, sia con gli utenti, creare un assetto gestionale funzionante, senza entrare nel panico come se fossimo inseguiti da Clown assassini, con una motosega da potatura, in piena notte.

Se ciò accade, è perché manca a priori la capacità di organizzarsi con lo staff, sia nel saper dispensare le indicazioni necessarie agli utenti sin dall'inizio, al fine di poter comprendere il “ perché ed il per come” di un esercizio e che, se una macchina è occupata, aiutare ad orientarsi nella giungla dei sala pesi scegliendo una variante, non dipendere sempre dall’istruttore ( agli inizi è normale che sia essenziale la figura dell’istruttore ) che gli trovi egli stesso una soluzione al “problema” che ha generato l'intasamento di una macchina ma far capire, in parole semplici, che quel che è necessario è trovare un’alternativa nel caso, in quanto non ci interessa dove vada la barra od il manubrio, lo sappiamo, ma dove vada l’omero, consigliando le eventuali alternative.

Ci sarà sempre la casistica ampia di orde di persone che dimenticano gli esercizi, non riuscendo ad associare al nome il relativo esercizio, è una banale normalità: questo spesso capita per le ragazze che non riescono ad associare gli esercizi relativi alla parte alta perché, fondamentalmente, nella stragrande maggioranza dei casi, non amano lavorare la parte alta ( provate a far dimenticare loro gli esercizi per gli arti inferiori o per i glutei; o provate a far dimenticare ad un maschietto cos’è la panca piana).

 

Oppure, perché non si conosce cosa sia il facepull, od il pulldown, od il “Curl manubri”.


Basta organizzarsi, prima di lasciare qualche minuto la sala. Invitare, attraverso l’uso di una oculata domanda, se esistano dubbi che attanagliano in merito al programma, visto che ci si assenterà un attimo e, come organizzazione gestionale, un secondo dovrebbe osservare la sala.

 

(PS: Io ho sempre fatto così, anche di lunedì sera con decine e decine di utenti in sala. Mai nessun problema).

É la mancanza di volontà, spesso, e di saper esprimersi, propriamente.


Che sarà mai perdere 5 minuti a cogliere un po’ di dati in merito all’individuo; dov’è l’organizzazione che - ripeto, a priori - dovrebbe essere prerogativa dei centri fitness?

Dov’è l’accoglienza? Non abbiamo a che fare con automi, bensì con essere umani.


Una stretta di mano, non basta. Per niente.

Un minimo di corrispondenza umana, che abbraccia il manto professionale che dovrebbe caratterizzare ogni trainer, credo sia essenziale in questa area dove, chi si iscrive, per un motivo o per un altro, porta un’istanza d’aiuto inconscia, un deficit emozionale spesso od un insoddisfazione cronica travestita dal tentativo di correggere la proiezione di sé esterna, al fine di colmare il gap di autostima o della “non-accettazione” personale.

 

O chi, per motivi riabilitativi, è costretto, pur denigrando l’attività coi pesi.

Lì, la parola e la professionalità sono un connubio imprescindibile.


Insomma, tutta ‘sta tiritera per dire, in definitiva, che l’asino casca sempre lì - povero asino - nella staccionata che divide gli esseri umani: la parola.

Il potere della stessa sembra essere confinato alle urla impositive dell’istruttore che incoraggia il ragazzino - magari vittima di bullismo, ad insaputa di tutti - a finire l’ultima serie e, nel caso dell’insuccesso della stessa, talvolta si sente qualcuno del “settore” schernire il giovane o, papale papale, concludere l’epilogo della serie non conclusa con successo con una ‘cazziata’ od un ulteriore scoraggiamento, a mo’ di rimprovero:

-”potevi fare di più!”

Pensate, per un attimo, ai danni che può generare una parola mal riposta nello scantinato di un edificio umano come questo, facendone crollare le fondamenta.


La creazione di un pensiero propositivo, quindi, nel prossimo, attraverso l’uso della parola, può essere un’ancora di salvezza e di speranza.

L’istruttore di sala, il trainer o chi si voglia, deve assicurarsi, oltre una competenza sufficiente, con una gittata d’azione ampia e funzionale, sia alle esigenze dell’ormai stranominata signora Pina, sia a quelle dell’aspirante atleta ma, consci del fatto che, gran parte degli indigeni locali nella sala pesi, ( quasi la totalità nella maggior parte dei casi,ndr.) si sappia che non ha finalità ben definite, se non liberarsi un po’ dalla classica “pancetta, in genere ma, nel 90% dei casi, accedono in questo territorio per moventi emotivi e sociali: sfogarsi, liberarsi dalle incazzature raccolte nella vita privata; fino al socializzare e “perdere tempo” con la ragazza avvenente di turno; alla ricerca di un ‘punto di ritrovo’ con persone che, tra una serie e l’altra, ridacchiano chiacchierando della stagione calcistica; alla persona anziana il cui medico curante ha consigliato un minimo d’attività fisica per controllare i parametri ematici.

Definire, quindi, una chiave di dialogo e di empatia col prossimo, rappresenta lo strumento per accedere nelle 'grazie’ altrui: la battigia di un’isola nel cuore di una mareggiata, uno strumento di utilità immensa, di salvaguardia dell’apparato psicofisico dell’individuo; come matrice per il cambiamento, come quelle persone che, dall’iscrizione a qualche mese successivo, rinascono in tutti i sensi, vestendosi - oltre che di abiti nuovi - anche di sorrisi, di sguardi sicuri, di posture ormai sicure e fiere, quelle ritrovate, dove la componente emotiva impattava più di quanto non facesse l’ipotonia degli adduttori scapolari e degli extrarotatori dell’omero.

Oltre alle capacità comunicative relative alla spiegazione mai banale di un esercizio o della scheda di allenamento proposta, è necessario quindi cogliere le attitudini dell’individuo - necessità strutturali sì, ma anche preferenze personali; capacità di aderenza al processo di ricomposizione corporea ed alla cadenza settimanale da dedicare all’allenamento; emotività generata dall’approccio allenante con le relative interconnessioni create con il proprio Io tramite l’utilizzo delle parole giuste nelle situazioni appropriate - sembra difficile, ma un 'bravo’, nel momento opportuno, é d’oro; attenzione maniacale all’elaborazione verbale di messaggi propositivi ed obiettivi, ritornando a prima, che non ingannino ma che neanche ammorbino l’animo altrui.

Essere sinceri ed obiettivi, ma saperlo fare con gli strumenti verbali giusti.

Sebbene si tratti “solo” di una sala pesi, il ventaglio umano che popola la stessa è caratterizzato da un caleidoscopio di colori che, solo un bravo artista della parola e del corpo, un capace comunicatore umano, delicato, e di polso quando serve e SE serve, oltre che estremamente competente - lo ripeterò fino all’infinito - può far uso di una tavolozza di colori tanto ampia quanto quello spettro di colori che gli si presenta giornalmente, fruendo di una tela tanto estesa quanto esteso è il mondo che circola negli occhi delle persone che, oltre la scheda, hanno anche il cuore in mano, in cerca di un’altra mano a cui aggrapparsi, e vincere quelle piccole battaglie giornaliere, raccogliendo il successo di 5 kg in più sulla lat machine, e 2 kg in meno sulla bilancia.


Di Fabio Muraca







Author: Brain Building